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TURCHIA: TROIA, LE ROVINE DEL MITO

 

Omero ci ha regalato in versi le vicende più vive e palpitanti dell’antichità mediterranea.  Ma le gesta di Achille, di Ettore, di Paride o la trovata geniale di Ulisse rappresentano soltanto il frutto della fervida fantasia di un poeta, oppure hanno un fondo di verità in vicende storiche realmente accadute ?  La domanda e la curiosità, visto il successo dell’Iliade e dell’Odissea nei secoli, se la sono posti in parecchi e da gran tempo.  Uno scontro, non certo per i begli occhi di Elena ma per specifiche ragioni economiche e demografiche, tra il mondo greco-miceneo e i vicini asiatici, risulta quanto meno plausibile, se non altro per ragioni di geopolitica.  Bastava infatti una piccola roccaforte piazzata all’imbocco dello stretto dei Dardanelli, largo in quel punto meno di 2 chilometri, e una modesta flotta per controllare tutto il traffico commerciale terrestre e marittimo tra ovest ed est, tra Egeo ed Ellesponto, tra l’Europa continentale e mediterranea e l’Oriente. Forse non impegnò centomila Achei e cinquantamila Troiani, forse non durò nemmeno dieci anni, ma quello scontro era inevitabile per togliersi una lacerante spina nel fianco. Come ci dimostra la storia, si sono fatte guerre anche per molto meno. La ricerca delle tracce superstiti di Troia, sulla scorta delle descrizioni geografiche lasciateci da Omero, iniziò nel Seicento.  Ma fu solo nel 1868 che un ricco commerciante tedesco, Heinrich Schliemann, archeologo per vocazione romantica e grande cultore del poeta greco, scoprì una successione di antichi insediamenti (almeno nove, ma secondo studi recenti anche molti di più) che dimostravano l’esistenza storica della città distrutta dagli Achei. Era su una collinetta alta 40 metri presso la località turca di Hisarlik, 33 chilometri a sud di Canakkale.  A voler essere onesti Schliemann, oltre a fare non pochi irreparabili danni con i suoi scavi immetodologici, credette di identificare la città omerica nel secondo livello, oggi datato al 2.500-2.300 a.C. A trarlo in inganno fu principalmente la scoperta in tale strato di numerosi gioielli in oro e argento, nei quali volle riconoscere il famoso tesoro di Priamo.  Oggi però si è portati ad identificare Ilio con il VII livello A, quando la città venne distrutta da un poderoso incendio:  siamo intorno al 1.260 a.C., lo stesso periodo delle vicende narrate da Omero. La nuova scoperta fu di Wilhelm Dorpfeld, compagno prima e poi continuatore dell’opera di Schliemann,  e confermata poi da una missione americana attiva tra il 1932 e il 1938, che contribuirà a definire meglio la complessa successione cronologica. Resta il fatto innegabile che Schliemann ci ha regalato una delle più spettacolari ed emozionanti scoperte nella storia dell’archeologia. Aldilà del sito storico di Troia, Truva in turco, gli scavi hanno dimostrato come quella collinetta svolse una importantissima funzione strategica per quasi 5.000 mila anni. Tutto iniziò con una minuscola fortezza in età protostorica (I° livello) nel 3.000-2.500 a.C., che si ampliò progressivamente, risorgendo sempre dopo ogni distruzione dovuta ad invasioni, incendi o terremoti.  Troia II° (2.500-2.200) fu un piccolo regno abitato da 3 mila persone con intensa produzione di stoffe di lana, economicamente assai florido come dimostra il rinvenimento di armi, di utensili e di gioielli e vasellame d’oro. Gli insediamenti III° (2.200-2.050), IV° (2.050-1.900) e V° (1.900-1.800) risultano più modesti del precedente, con minuscoli agglomerati abitativi e strade strette; con l’ultimo si chiude anche un ciclo storico.  Troia VI° (1.800-1.300) si presenta invece come una città florida con mura possenti alte fino a 9 metri, abitata da una popolazione micenea coeva con quella greca della tarda età del Bronzo; vi compare il cavallo e venne distrutta da un terremoto. Troia VII°a (1.300-1.260) corrisponde all’Ilio di Omero, che durò probabilmente una sola generazione e fu distrutta dall’incendio degli Achei; a riprova il rinvenimento di parecchie ossa umane combuste e di riserve alimentari e idriche interrate, indici di un prolungato assedio. A risorgere sarà Troia VII° b (1.260-1.100), ricostruita con la medesima planimetria dagli stessi abitanti, ai quali si aggiungono immigrati balcanici, traci e illirici, e frigi; i suoi resti più significativi sono case impostate su un cortile centrale e ottima ceramica. Per trovare un nuovo insediamento occorre superare un lasso di tempo lungo 400 anni, quando compare Troia VIII° (700-100), modesto abitato di coloni greci  controllato in successione da Atene, Sparta, dai Persiani, da Alessandro Magno, poi dai Seleucidi e infine dai Romani. Questi ultimi anzi, considerandosi discendenti diretti dei Troiani per via di Enea (l’eroe scampato alla guerra che navigò fino all’Italia a fondare Lavinium), la tennero in grande considerazione e tutti gli imperatori, da Giulio Cesare fino a Giuliano l’Apostata, fecero a gara per abbellirla. L’ultima fase corrisponde alla Troia IX° (I° sec. a.C.-IV° sec. d.C.), una città di 40 mila abitanti ricostruita per volere di Giulio Cesare con splendidi edifici, dalla quale passarono gli imperatori Augusto, Adriano, Marco Aurelio e Caracalla.  Costantino arrivò anche a pensare di farne una capitale imperiale, in alternativa a Bisanzio.  Le cose cominciarono a volgere decisamente al peggio con l’invasione dei Goti, finchè la città scomparve definitivamente dalla scena della storia dopo la conquista da parte dei Turchi Ottomani.  Sulle antiche e gloriose pietre tornarono a brucare le pecore e di Troia si perse anche il ricordo. Le guide turistiche della Turchia non propongono in termini lusinghieri la visita di queste rovine. Forse perché non hanno l’imponenza grandiosa di tanti altri luoghi archeologici turchi, ma soprattutto perché la loro lettura risulta piuttosto difficile, suddivise in livelli cronologici diversi soprapposti e non di immediata individuazione.  A prescindere dalla sua importanza storica, letteraria e culturale, i resti di Troia non sono comunque poca cosa, considerando anche che la parte scavata è soltanto quella dell’acropoli e della roccaforte, mentre la città giace ancora sepolta ai piedi della collina. Guide a parte, Troia costituisce una tappa imprescindibile per ogni itinerario lungo la costa settentrionale della Turchia. La visita inizia da una discutibile ricostruzione in legno, alta 20 metri, del celebre cavallo di Ulisse, che ha però il pregio di fornire il refrigerio di una piccola pineta. Si attraversa la cinta ovale delle mura di Troia VI°, alte 6 metri, con due abitazioni fornite di cucina e depositi alimentari, per salire sull’acropoli da cui si gode una visione spettacolare sulla sottostante pianura dello Scamadro, teatro degli epici scontri omerici, e dei Dardanelli, tra gli odorosi profumi delle essenze mediterranee. Si raggiunge il tempo di Atena, di ricostruzione romana, dove nel 480 a.C. Serse, re dei Persiani, sacrificò ben mille buoi prima di iniziare la guerra contro i Greci,  e i resti di una porta con due torri e di alcune abitazioni a megaron di Troia I°, arrivando ad una imponente rampa lastricata da lastre di calcare che dava accesso a Troia II°, dove in una nicchia Schliemann rinvenne gli stupendi gioielli erroneamenti ritenuti facenti parte del tesoro di Priamo. Fuori dalle mura si incontrano i resti di un santuario con altare e due pozzi sacri di epoca omerica, il teatro romano, mosaici delle terme, la porta Dardania con torri e fognature, la casa delle colonne e il bouleuterion, luogo di riunione dell’assemblea cittadina.  Tutto sommato non poco, tra pietre che grondano di mito e di storia. Se poi si riuscirà a compiere la visita al tramonto, senza fretta, con una copia dell’Iliade in mano, le pietre possono anche popolarsi dei fantasmi degli eroi omerici e riecheggiare del rumore di una antica battaglia. La visita di Troia è inserita in diversi itinerari lungo la costa egea della Turchia proposti dai tour operator italiani. Tra questi “Turbanitalia” (tel. 02 58308791), presente con il proprio catalogo “La Turchia più bella” nelle migliori agenzie di viaggi.

 

di ANNA MARIA ARNESANO foto di GIULIO BADINI

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